Uno dei problemi più frequenti in cui ci si ritrova quando si è indipendenti e si fa tutto da soli anche in termini di mix e mastering (e quindi anche di esportazione)è quello relativo al formato del file da usare e le impostazioni dello stesso da adottare. In questo articolo cerchiamo di fare un po' di chiarezza sui vari formati dei file e quali usare per i negozi digitali e perché. _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _
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Come distribuire la propria musica:
quali sono i formati audio da adottare.

Con l’evoluzione che il mercato della distribuzione musicale ha raggiunto, una delle problematiche che spesso un artista deve affrontare, in particolare per via del fatto che si trova a dover agire in maniera indipendente (o per meglio dire in totale autonomia e totale autosufficienza grazie ai vari servizi di self-pubblishing di cui un artista può usufruire), è quello del formato audio migliore da consegnare ai vari negozi digitali dopo aver realizzato il mastering del proprio brano caricando sulla piattaforma che farà da filtro verso tutti i negozi digitali e servizi di streaming il formato audio migliore.

In questo articolo andremo a vedere quali sono i formati audio (formato files) migliori per ottenere il massimo della qualità su tutti i vari servizi che poi saranno utilizzati dagli utenti delle varie piattaforme e, quindi, dal nostro pubblico.

Il formato WMA

Sembra banale nominare questo formato file. Ma in realtà spesso mi è capitato in quanto A&R manager, di ricevere demo con questo formato.

E’ logico che una demo non debba essere del formato audio che poi sarà destinato ai negozi digitali. Anzi, è un bene per la propria tutela di artista consegnare alle etichette un formato audio che abbassi drasticamente la qualità al fine di non fornire quindi un prodotto pro-consumer.

Ma è anche importante tenere bene a mente una cosa:
Il file che si va a consegnare alle etichette (nel caso in cui il termine indipendente sta per il significato relativo al gergo del music business e non al sinonio di “autosufficiente” come citato in testa all’articolo) sia 100% compatibile con qualsiasi strumento di riproduzione audio. Difatti, non tutti usano un sistema operativo Windows per ascoltare musica. Nel caso in cui, quindi, un’etichetta discografica ascolti la musica con un sistema operativo Macintosh (Apple) o in strani casi con Linux (cosa che comunque credo alquanto improbabile, ma non si sa mai!), il formato WMA è sconsigliato perché “WMA” (nonché estensione del file) è l’acronimo di WINDOWS MEDIA AUDIO.

Per questo motivo, anche nel caso si è autosufficienti nella distribuzione dei propri brani, è importante non adottare questo formato file. Oltre che per la compatibilità, come avrai potuto dedurre, anche per la pessima qualità che rappresentano anche questo tipo di file.

Il formato AIFF

Anche in questo caso, nonostante il problema della qualità non sussiste, stiamo parlando di un formato file che porta però il problema inverso del WMA.

L’acronimo di questo tipo di file è “Audio Interchange File Format” ma, come ho già detto, porta il problema inverso del formato WMA essendo in realtà un formato file audio sviluppato da Apple. Infatti spesso invece di usare l’acronimo con “Audio” per rappresentare la lettera “A” del formato del file, l’acronimo diventa (anche se erroneamente) “Apple Interchange File Format”.

Le dimensioni di questo file, proprio per far si che rispettino determinati standard di qualità, sono pressoché simili a quelli di un formato WAV (con delle variazioni in base al tipo di WAV che analizzeremo fra poco).

Ma è comunque sconsigliato usare questo tipo di file ed i motivi li vediamo prima di analizzare l’ultimo tipo di file.

Il formato MP3

Analizziamo questo tipo di file un po’ più nel dettaglio rispetto agli altri.

Partiamo quindi dal presupposto principale legato a questo tipo di file:
Questo è il formato ormai compatibile con la maggior parte dei supporti di riproduzione audio rispetto invece ad un passato non tanto lontano quale i primi anni 2000 e gli anni ’90 in cui i formati più diffusi erano il formato “CDA” (che è praticamente la versione per compact disc del classico formato audio WAV ed è la versione ad altra qualità del WMA, nonché il corrispondente fisico del formato AIFF se parliamo invece del mondo Apple / Macintosh) che sta per “Compact Disc Audio” ed è l’abbreviazione per stabilire l’estensione del file “.cda” che ha sostituito l’acronimo CD-DA che sta per “Compact Disc Digital Audio”.

L’MP3 è stato creato dalla società Moving Picture Experts Group (siglia MPEG), ed è un formato “lossy”, ovvero un tipo di file che al fine di garantire una compressione e poter quindi occupare meno spazio, mira a perdere parte delle informazioni (nel caso di questo tipo di file, trattandosi di audio, agisce sulle frequenze) e quindi di una perdita di dati che in fase di decompressione potrebbe addirittura ulteriormente degradarsi.

In particolare esistono due principali tipi (o comunque quelli più diffusi) di MP3: gli MPEG1 e gli MPEG2 che si differenziano per la quantità di bit rate. Ovvero quel tipo di informazioni che completano il tipo esatto di MP3. Quelli più diffuso in assoluto tra i due e usato sia a livello professionale che a livello amatoriale è l’MPEG1. L’MPEG2 non è più tanto usato ormai a livello amatoriale perché comunque non esiste una grandissima differenza di spazio occupato su memoria tra l’uno e l’altro rispetto agli anni ’90 e i primi anni 2000, soprattutto ai tempi d’oggi considerando gli enormi spazi di archiviazione di cui possiamo usufruire e rispetto a quelle che sono le necessità per uso amatoriale.

L’MP3 della tipologia MPEG1, quindi, si suddivide in uno di questi formati:

  • MP3 320 kbps
  • MP3 256 kpbs
  • MP3 224 kpbs
  • MP3 192 kpbs
  • MP3 160 kpbs
  • MP3 128 kpbs
  • MP3 112 kpbs
  • MP3 96 kpbs
  • MP3 80 kpbs
  • MP3 64 kpbs
  • MP3 48 kpbs
  • MP3 40 kpbs
  • MP3 32 kpbs

Ma di questo tipo di formato a noi ne interessano solo 2 e vediamo quindi in quali occasioni ci serviranno:

  1. MP3 320 kbps: si tratta del giusto compromesso di rapporto qualità spazio. Tra i due è quello più “pro”. Questo formato di file lo utilizzeremo a livello professionale solo ed esclusivamente nel caso in cui andremo a lavorare con esibizioni di musica live prevista a mezzo di riproduzione meccanica (piano bar con base, dj set, karaoke con base, musica d’ascolto o situazioni simili). La perdita dati non è così rilevante da essere percepita facilmente. Anzi, per essere precisi è pressoché impossibile distinguere tra un buon MP3 a 320 kbps da un WAV, soprattutto in condizioni di esibizioni a mezzo di riproduzione meccanica dove non ci si troverà mai in un ambiente trattato, con attrezzatura che riproduce determinate frequenze (tagliate dal tipo di file ➡ vedi perdita dati spiegata prima) ed in condizioni di assoluto silenzio o comunque con un impianto audio che abbia abbastanza volume da coprire i rumori circostanti. Ed in questo ultimo caso, anche se il volume dell’impianto audio fosse talmente potente da coprire ogni rumore prodotto dal pubblico, sarebbe talmente assordante che la sensazione (prevalentemente di dolore allucinante) ricreata da certe frequenze sarebbe proprio quella prodotto dalla riproduzione stessa di quelle frequenze.
  2. MP3 128 kbps: questo è il formato file invece preferito da gran parte degli ascoltatori amatoriali perché permette di risparmiare molto spazio, preferito in particolare di chi non ha minimamente interesse nella qualità audio, tanto che questi soggetti spesso sono quelli che scaricano la musica illegalmente da convertitori online che, di default, sono infatti impostati per scaricare questo tipo di formato. Ma anche per questo tipo di formato esiste un uso pro. Ecco perché lo citiamo. Questo tipo di formato è quello destinato a chi, nella sua indipendenza, intende mandare delle demo alle etichette discografiche, per l’appunto, indipendenti. Le motivazioni che spingono ad adottare questo tipo di file sono prevalentemente 2: la perdita dati ed il conseguente abbassamento della qualità che per noi sono un vantaggio in modo da non fornire un file di estrema qualità ma che comunque fa rendere conto a chi ascolta se quel che è il master nel formato corretto (tranquilli, ci stiamo per arrivare!) suona come deve suonare ed è un vantaggio per le etichette perché non andranno a ricevere file pesantissimi che implicano un grande spazio di archiviazione su server o quando dovranno scaricare le demo nei loro archivi off-line. Un’altro uso che potrebbe però essere adottato ad uso pro, è in quei posti in cui la musica d’ascolto arriva da sistemi talmente low-fi che devono garantire una riproduzione abbastanza vasta di canzoni (ad esempio nei lidi in spiaggia dove le casse sono low-fi magari a causa dell’usura da salsedine) per un periodo quindi talmente prolungato di tempo che il supporto di memoria (magari una scheda SD da 8GB su un ipod di prima generazione o brutta copia di quest’ultimo) che non permetterebbe di poter avere un archivio abbastanza “variopinto” di musica, ma questa è un’altra storia.

I restanti tipi di file MP3 in termini di kbps e tutti quelli relativi alla categoria principale MPEG2 non sono di nostro interesse. Almeno per quel che è l’utilizzo nella distribuzione commerciale della nostra musica.

Il formato WAV

Finalmente arriviamo al formato file di nostro interesse: i file WAV.

Questo tipo di file è quello che interessa a noi perché, anche se si tratta di un tipo di file sviluppato da Windows, è comunque un formato che è divenuto universale. Infatti Windows non è l’unica società che ha lavorato allo sviluppo di questo tipo di formato, ma la nascita di questo file è merito anche del gruppo IBM.

Il sodalizio nella realizzazione di questo progetto tra le due società, lo ha appunto reso universale in quanto gran parte dei software e degli hardware usati dalle altre società di tecnologia digitale (come Pioneer, Sony, ecc…) si basano su sistemi operativi, software e supporti hardware progettati e realizzati interamente o in collaborazione con una delle due o con entrambe le società o, ancora, con altre società che vanno a collaborare con una delle due o con entrambe le società.

Fatta questa parentesi sull’origine del file e perché è quello universale, andiamo a capire le cose principali che ci interessano di questo tipo di file e perché utilizzarli andando dritto al punto:

Il formato WAV si suddivide nei formati a 64, 32, 24 e 16 bit. La differenza è relativa principalmente ai tempi di registrazione (durata) e alle proprietà di stereofonia del file.

Difatti, il 64 ed il 32 bit si usa prevalentemente per i DVD in quanto i primi tipi (64 bit) garantiscono una presa diretta per intero ad esempio di concerti, opere teatrali, trasmissioni televisive, ecc… ed entrambi i invece permettono di avere una stereofonia di tipo Dolby Digital, Fantasound, Superaudio o altre tipologie di multicanale che prevede una spazialità tridimensionale.

Il 24 bit prevede un tempo di registrazione nettamente inferiore al 64 bit e al 32 bit ed in termini di stereofonia ha una spazialità bidimensionale ma comunque a 360.

Tutti questi formati non permettono di poter effettuare il dithering sulla traccia audio (o almeno, la maggior parte delle DAW odierne non permettono di farlo) e sono quindi consigliati per lavorare su tracce audio destinate a cinema, televisione, podcast e, in generale, ciò che non è musica e prevalentemente ciò che è video (escluso appunto i video clip musicali salvo che per le tracce audio aggiuntive nel caso dovranno essere presenti, ma anche questa è un’altra storia).

Infine abbiamo quel che ci interessa: il formato WAV 16 bit. Questo è il tipo di file che dobbiamo andare ad usare per il caricamento della nostra musica nei negozi digitali e servizi di streaming. Si tratta dello stesso file che consegneremo alle etichette discografiche nel caso in cui decideranno di farci firmare un contratto. In sostanza, questo è il formato che dobbiamo scegliere per il master del nostro brano e comunque di ogni brano che andremo a creare ed esportare. Sarà ➡ IL MASTER.

Ultima ma non per questo meno importante: la frequenza di campionamento.

L’abbiamo messa per ultima, ma non è la meno importante. Anzi, si tratta della cosa forse più importante di tutte trattandosi di un elemento che accomuna tutti i tipi di file audio che abbiamo analizzato in questo articolo.

La frequenza di campionamento infatti determina la quantità effettiva di dati in termini di frequenza e quindi l’efficacia dei BIT per i WAV e dei kpbs per gli mp3.

In altre parole: ad ogni tipologia di file esiste una frequenza di campionamento corretta per garantire il massimo della resa audio dei corrispondente ai quei BIT o kbps o una che scegliamo per abbassarne volutamente o alzarne leggermente la qualità del file.

Questo è il motivo per cui (molte volte) dei file WAV anche se sono stati esportati a 32 o 64 BIT non hanno una qualità audio ottimale ed ecco perché un file MP3 a 320 kbps non è facilmente distinguibile nel confronto con un WAV a 16 BIT.

Le frequenze di campionamento sono quindi le seguenti, ed in base a queste informazioni capirete perché usarle e perché no. Le informazioni sono state prese da Wikipedia ed in quelle di nostro interesse abbiamo aggiunto le informazioni che servono a capire perché come abbiamo aggiunto delle informazioni anche a quelle che spesso vengono usate ma erroneamente proprio per farvi capire perché si tratta di un errore scegliere o meno quel tipo di frequenza di campionamento.

  • 8 000 Hz: telefono e comunicazioni senza fili walkie-talkie
  • 11 025 Hz: un quarto della frequenza di campionamento degli audio CD; utilizzata per audio a bassa qualità PCM, MPEG e per analisi audio della banda passante per i subwoofer
  • 22 050 Hz: La metà della frequenza di campionamento degli audio CD; utilizzata per audio a bassa qualità PCM, MPEG e per l’analisi dell’energia alle basse frequenze. Utilizzabile per digitalizzare i precedenti formati audio analogici del XX secolo come ad esempio i 78 giri.
    Quando utilizzare quindi questo tipo di file? Questo è il file da utilizzare quando si converte in formato digitale un audio proveniente da vinile, musicassette, nastri e audio analogico di qualsiasi tipo. Una frequenza di campionamento maggiore è praticamente inutile per la conversione in digitale di questo tipo di formato. Non guasta sicuramente, ma non vi si colloca utilità.
  • 32 000 Hz: miniDV digital video camcorder, nastri video digitali con canali extra per le informazioni audio (es. DVCAM con 4 Canali per l’Audio), Digital Audio Tape, Digitales Satellitenradio tedesca, compressione audio digitale NICAM, utilizzata per la televisione analogica in alcuni stati. Radiomicrofoni di alta qualità.
  • 44 100 Hz: audio CD, utilizzata spesso con la compressione audio MPEG-1 per la creazione di (VCD, SVCD, e MP3). Molte apparecchiature professionali utilizzano (o hanno presente come opzione) la frequenza di 44,1 kHz, inclusi mixer, equalizzatori, compressori, reverberi, crossover, registratori e radiomicrofoni professionali.
    Questa è la frequenza di campionamento da utilizzare nella maggior parte dei casi. Si tratta infatti di quella che permette al nostro file WAV 16 BIT di avere il giusto rapporto in termini di frequenza di campionamento che, con il lavoro di dithering che andrà a fare la nostra DAW in fase di esportazione, renderà l’audio naturale e con lo standard di qualità audio richiesto sia dal mercato che dagli ascoltatori pro. Per quanto riguarda i negozi digitali (quel che appunto ci interessa) andranno a convertire i file in MP3 320 a 44.1 kHz per gli utenti che desiderano l’MP3 (per i negozi digitali) o per gli utenti freemium (come ad esempio Spotify),  da alcune piattaforme sarà convertito a 128 kbps ma sempre sempre a 44.1 kHz (ad esempio per chi vuole risparmiare sul prezzo d’acquisto del file come ad esempio succede su Qobuz e Napster o per alcuni utenti freemium di diverse piattaforme streaming poco popolari che riceveranno i vostri brani in accordo con il vostro distributore ma che per voi non avrà tanto interesse salvo che i brani non comincino a spopolare in India, Cina o in Taiwan) e comunque il 16 BIT a 44.1 kHz è comunque il formato standard dei CD nonché l’impostazione di riproduzione di gran parte delle schede audio PRO destinate a sistemi destinasti ai musicisti o a professionisti del mondo della musica. E’ lo stesso formato infatti da adottare anche per le tracce guida delle band (le instrumental che servono di riempimento in live) o di rapper e cantanti che non hanno una band (quindi le instrumental vere e proprie) anche se quest’ultime però è soggettivo l’uso del dithering.
  • 47 250 Hz: Frequenza del primo registratore commerciale PCM della Denon.
    Per un periodo questa è stata una frequenza di campionamento molto usata dai DJ-producer che lavoravano con sistemi Denon. Il motivo è ovvio. Ma poi è stata abbandonata questa pratica.
  • 48 000 Hz: Utilizzata per Digital Audio Tape, miniDV, digitale terrestre, DVD e per la produzione di film.
    Quando usare questa frequenza di campionamento? Questa frequenza di campionamento va usata in particolare nel mondo del video making (non del video clip musicale) con file audio a 24 BIT oppure per i Digital Audio Tape (sei uno di quei pochissimi che li usa?) con esportazione a 16 o 24 BIT a seconda se si vuole o meno usufruire del dithering.
  • 50 000 Hz: Frequenza dei primi registratori commerciali degli ultimi anni ’70 da 3M a Soundstream.
  • 50 400 Hz: Frequenza di campionamento utilizzata dal registratore audio digitale Mitsubishi X-80.
  • 88 200 Hz & 176 400 Hz: Produzione di un audio CD (multipla di 44 100 Hz).
    È ancora necessario adottare questa frequenza di campionamento? Non lo è più per un semplice motivo: sei ancora sicuro di voler buttare i tuoi soldi per stampare delle copie fisiche dei tuoi brani?
    Bene, quando arriverà il momento, sarà l’azienda che si occuperà di stampare i tuoi CD (in base a quella che sceglierai) a comunicarti se è necessaria questa frequenza di campionamento oppure se va bene quella a 44.1 kHz.
  • 96 000 Hz: DVD-Audio, alcune tracce DVD LPCM, tracce audio del formato BD-ROM (Disco Blu-ray) e HD DVD (High-Definition DVD).
    Per quali musicisti è necessario lavorare su queste frequenze di campionamento? Queste sono le frequenze di campionamento che vengono usate da chi fa musica per il cinema. Usare un impostazione con queste frequenze di campionamento per chi fa musica destinata ai negozi digitali è praticamente inutile perché poi verrà convertita dai negozi digitali e dai servizi di streaming a 44.1 kHz. Stesso vale per gli 88.2 e i 48 kHz.
  • 192 000 Hz: DVD-Audio, alcune tracce DVD LPCM, tracce audio del formato BD-ROM (Disco Blu-ray) e HD DVD (High-Definition | DVD). Registratori e sistemi di editing in Alta definizione.
    Vale come sopra, ma in questo caso l’esportazione è quella destinata all’esportazione del mix per consegnare i file agli ingegneri di mastering.
  • 2 822 400 Hz: SACD, 1-bit sigma-delta modulation processo di campionamento conosciuto come Direct Stream Digital, sviluppato da Sony in collaborazione con Philips.
    Si tratta della frequenza di campionamento destinata ai Super Audio CD. Sviluppare musica per questo tipo di supporti è una gran bella storia. Ma sicuramente, non è quello che ci interessa per la musica destinata ai negozi digitali e servizi di streaming.

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