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Spotify:

La guerra contro le etichette ed il debutto in borsa.

Si sta parlando veramente tanto in questi giorni di Spotify.

Gli artisti, soprattutto gli emergenti, puntano molto alla promozione su Spotify e ad ottenere plays entrando nelle playlist più seguite. Gli utenti crescono a dismisura tanto da contare ad oggi oltre 71 milioni di abbonati paganti e, nel 2017, contava oltre 159 milioni di utenti attivi.

Tutto questo movimento di utenti e di artisti hanno creato un bel po’ di confusione, polemiche, dibattiti. Leggevo difatti l’altro giorno un articolo su Rockol in cui Spotify puntava a diventare la piattaforma che avrebbe permesso di abolire il monopolio delle etichette discografiche rendendole obsolete per lanciare gli artisti senza dover stare a strani compromessi contrattuali. Dall’altra parte la risposta di due noti discografici: Dario Giovannini della Carosello e Dino Stewart della BMG (Bertelsmann Music Group, una divisione della Sony Music) i quali mettono in discussione questa assurda affermazione di Spotify. Prima di passare ad un riassunto delle loro risposte, vogliamo ricordarvi che siamo d’accordo con loro in quanto anche noi siamo un etichetta discografica e, per tanto, tutto ciò che riportiamo dopo è anche un nostro pensiero. Difatti, Dario e Dino affermano che c’è una grande contraddizione nella comunicazione che ha dato Spotify agli artisti e agli investitori, perché alle etichette discografiche ha sempre comunicato che Spotify è al servizio delle etichette e non si sarebbe mai messo in concorrenza con le etichette discografiche.

Secondo Dario Giovannini, Spotify si comporta come tutte le Start up che raggiungono grandi numeri: entra in un mercato senza chiudere accordi e chiedere autorizzazioni, si rende indispensabile ed una volta fatto ciò vuole dettare le regole. Peccato che, sempre secondo Dario, “Spotify ha fatto i conti senza l’oste”. Secondo Stewart, appoggiando il discorso di Dario, questa è una decisione drastica. Fanno poi gli esempi di Ghali e Coez, dicendo per l’appunto che sono gli unici due artisti italiani che hanno fatto grandi numeri su Spotify e, non a caso, hanno dietro delle etichette discografiche. Poi parlano dell’esperienza che possa avere Daniel Ek (del quale non abbiamo ancora detto in questo articolo il nome, per chi non lo sapesse è l’attuale CEO nonché fondatore di Spotify) in qualità di discografico. Secondo loro infatti, date queste stravaganti affermazioni, Daniel Ek potrebbe essere quindi convinto che basta un brano fatto in cameretta piazzato su Spotify per lanciare la carriera di un artista. Come è successo per alcuni artisti in passato su YouTube, questo potrebbe infatti avvenire. Ma ci vuole ben altro che un colpo di fortuna del genere ed una sola canzone, sopratutto tanto lavoro, impegno e strategie. Chiudono il discorso con molte altre domande in merito a queste prospettive per il futuro.

Ora passiamo agli investitori:

Da oggi Spotify potrà essere quotata in borsa. Secondo Lucas Shaw su Bloomberg, “gli investitori decideranno se è rilevante il fatto che il più importante servizio di musica in streaming al mondo non guadagni niente”.

Spotify infatti negli ultimi anni sta operando in perdita a causa dei diritti d’autore che deve pagare. Questa ultima mossa, quella di poter essere quotata in borsa, deciderà se Spotify avrà gli stessi risultati che hanno avuto tanti siti dedicati alla musica nel passato: Napster, MySpace, Deezer. Tutti “falliti” o comunque quasi.

Sono partiti tutti alla grande, migliaia di artisti che pubblicano musica su quei siti. Mano a mano MySpace è diventato un deserto, Napster è stata venduta alla Roxio e Deezer è stata beffata appunto da Spotify. Anche se MySpace in realtà è il “social network” dei musicisti e Napster è diventato dopo un servizio di streaming legale di musica da dove è possibile anche acquistarla andato in fallimento per via del file sharing illegale dei primi periodi. Sono tre storie diverse. Ma con questo cosa vogliamo dire? Che in realtà ogni decisione e ogni situazione non perfetta potrebbe di colpo trovarsi dall’apice del successo ai più profondi bassi fondi del degrado.

Quello a cui sta puntando Spotify, per dirla tutta, è ad una comunicazione basata sull’ignoranza degli artisti in ambito discografico e al desiderio del pubblico di ascoltare musica in maniera gratuita o, comunque, ad un prezzo veramente irrisorio: 10 € per ascoltare tutta la musica disponibile sul sito senza limiti e anche offline!

Tutto ciò che ora sta facendo Spotify, in realtà, è una manovra per accaparrarsi tutto il mercato discografico! Per lo streaming infatti concorre contro Apple Music e YouTube e ha già ditrutto Deezer. YouTube tiene testa solo per via dei video musicali, per le versioni alternative che non possono essere pubblicate in modo ufficiale per via delle questioni legate ai diritti (ad esempio cover di musicisti e remix dei DJ) e per il fatto che chi non vuole pagare l’abbonamento e vuole ascoltare immediatamente un determinato brano lo può fare senza dover ascoltare brani random (a volte anche sgraditi) prima del brano desiderato, ma il numero dei plays ufficiali viene comunque spartito tra YouTube e Spotify.

Molte le lacune di Spotify. Vedremo come si comporteranno gli investitori.

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